Welcome, today I present to you «Basket of fruit» by one of my favorite painters, Michelangelo Merisi, known as Caravaggio. The work of 1594-98 is located in the Ambrosiana Picture Gallery in Milan. The more elderly will remember it depicted in the 100,000 lire banknotes.
A background, devoid of details, resembles a plastered wall. In the center, a woven wicker basket is depicted, on a plane parallel to the observer's gaze, with various kinds of fruit. Clusters of white grapes and black grapes protrude downwards. A few pears, a rotten apple, figs and a peach.

The leaves attached to the twigs are dry and pitted by insects. All represented with extreme realism. Details that symbolize the vanitas of human existence, the transience of life, an ephemeral good destined to vanish over time.
The "Canestra" painted by Caravaggio is one of the first examples of the artistic genre known as Still Life.

The work helped to overcome the Renaissance conception that reserved the dignity of an elevated subject for the human figure and instead the still life was relegated to the theme of pure entertainment.
Merisi celebrates the imperfection of nature and elevates it to artistic poetics. At the same time he offers an allegory on the precariousness of existence. The basket in fact protrudes forward in its tangible three-dimensional realism, giving the idea of ​​instability.


"Vanity of vanities, everything is vanity," Qoelet warned. The risk of today's man is to absolutize material goods, a reality that can quickly disappear for various reasons. The philosopher Heraclitus affirmed: panta rei, that is: everything flows. It happens in life as on the television screen: programs follow one another quickly and each one cancels the previous one. The screen remains the same, but the images that pass over it change. So it is with us: the world remains, but we leave one generation after another. Of all the names, the faces, the news that fill the news today, of me, of you, in a few years or decades there will be nothing left. In an attempt not to pass, man clings to youth, some to love and some to fame. «I will not die completely, I have erected with my poems a monument more lasting than bronze» said the Latin poet Orazio. Yes, but what is this "monument" for him now? It is for us, but not for him. "Man is but a breath, his days as a passing shadow," repeats the Bible and I believe that at least on this point we are all ready to agree with you.


Faced with this experience that everything passes, you can take different attitudes. One, mentioned in the Bible itself, is that of those who say: "Let's eat and drink, we'll die tomorrow." Jesus says: "They ate and drank, took wives and husbands and did not notice anything, until the flood came and swallowed them all."
"The world passes away, but whoever does God's will remains forever." There is therefore someone who does not pass, God, and there is a way for us not to pass completely either: to do God's will, that is, to believe, to trust in God.
Does this thought of what is eternal and does not pass away, does it not distract the Christian from the historical tasks that he has in this world? The accusations against believers in this regard are well known: "Christians waste the treasures destined for the earth in heaven," said Hegel. "They project their unfulfilled desires into heaven on earth," echoed Marx.


If this world belongs to God, created by him and also awaiting full redemption, then not only can we not be disinterested in his fate, but we must contribute to its conservation and improvement. It is not necessary to flee from the world to be with the Lord, because He himself is in this world: "Behold, I am with you all the days, until the end of the world".
Faith in a future life becomes a formidable stimulus that leaves no one at ease in his laziness. Time is given to us to "work good for all", said St. Paul. A Christian is a person who tends towards heaven, but keeping his feet on the ground. Thanks for your attention.

Alessio Fucile Critic and Art Historian

Benvenuto , oggi ti presento «Canestra di frutta» di uno dei miei pittori preferiti, Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. L’opera del 1594-98 si trova nella Pinacoteca Ambrosiana a Milano. I più attempati la ricorderanno raffigurata nelle banconote da 100.000 lire.

Uno sfondo, privo di dettagli, ricorda una parete intonacata. Al centro è raffigurata una canestra di vimini intrecciato, su un piano parallelo allo sguardo dell’osservatore, con frutta di vario genere. Grappoli di uva bianca e uva nera sporgono verso il basso. Alcune pere, una mela bacata, fichi e una pesca. Le foglie attaccate ai rametti sono secche e bucate da insetti. Tutto rappresentato con estremo realismo. Particolari che simboleggiano la vanitas dell'esistenza umana, la caducità della vita, bene effimero destinato a svanire nel tempo.

La «Canestra» dipinta da Caravaggio è uno dei primi esempi del genere artistico detto Natura morta. L’opera contribuì a superare la concezione rinascimentale che riservava alla figura umana dignità di soggetto elevato e invece la Natura morta era relegata a tema di puro svago.

Il Merisi celebra l’imperfezione della natura e la eleva a poetica artistica. Nello stesso tempo offre un’allegoria sulla precarietà dell’esistenza. Il canestro infatti sporge in avanti nel suo tangibile realismo tridimensionale, dando idea di instabilità.

«Vanità delle vanità, tutto è vanità» ammoniva Qoelet. Il rischio dell’uomo di oggi è assolutizzare i beni materiali, realtà che in breve possono scomparire per svariati motivi. Il filosofo Eraclito affermava: panta rei, cioè: tutto scorre. Succede nella vita come sullo schermo televisivo: programmi si susseguono rapidamente e ognuno cancella il precedente. Lo schermo resta lo stesso, ma le immagini che vi passano sopra cambiano. Così è di noi: il mondo rimane, ma noi ce ne andiamo una generazione dopo l’altra. Di tutti i nomi, i volti, le notizie che riempiono i telegiornali di oggi, di me, di te, fra qualche anno o decennio no resterà nulla di nulla. Nel tentativo di non passare l’uomo si aggrappa alla giovinezza, chi all’amore e chi alla fama. «Non morirò del tutto, ho eretto con le mie poesie un monumento più duraturo del bronzo» diceva il poeta latino Orazio. Sì, ma a che serve ormai a lui questo “monumento”? Serve a noi, ma non a lui. «L’uomo non è che un soffio, i suoi giorni come ombra che passa», ripete la Bibbia e credo che almeno su questo punto tutti siamo pronti a darle ragione. 

Di fronte a questa esperienza che tutto passa, si possono prendere diversi atteggiamenti. Uno, ricordato nella stessa Bibbia, è quello di chi dice: «Mangiamo e beviamo, tanto domani moriremo». Gesù dice: «Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla, finché venne il diluvio e li inghiottì tutti».

«Il mondo passa, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno». C’è dunque qualcuno che non passa, Dio, e c’è un modo per non passare del tutto neanche noi: fare la volontà di Dio, cioè credere, fidarsi di Dio. 

Questo pensiero a ciò che è eterno e non passa, non distoglie il cristiano dai compiti storici che ha in questo mondo? Sono note le accuse nei confronti dei credenti a questo riguardo: «I cristiani sprecano in cielo i tesori destinati alla terra» diceva Hegel. «Essi proiettano in cielo i loro desideri inappagati sulla terra» gli faceva eco Marx.

Se questo mondo è di Dio, creato da lui e in attesa, anch’esso, della piena redenzione, allora non solo non possiamo disinteressarci della sua sorte, ma dobbiamo contribuire alla sua conservazione e al suo miglioramento. Non è necessario fuggire dal mondo per essere con il Signore, perché Lui stesso è in questo mondo: «Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

La fede in una vita futura diventa uno stimolo formidabile che non lascia nessuno tranquillo nella sua pigrizia. Il tempo ci è dato per «operare del bene a tutti», diceva san Paolo. Il cristiano è una persona che tende al cielo, ma tenendo i piedi per terra. Grazie per la tua attenzione.

 

Alessio Fucile Critico e Storico dell'arte

 

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