Pochi autori nella storia della letteratura sono stati fonte d’ispirazione per gli artisti come Dante Alighieri. Con le sue opere più note: la Vita Nova e la Commedia ha sviluppato un vero e proprio linguaggio estetico visivo.

La sua lingua ha una potenza descrittiva estremamente incisiva, nelle sue opere riesce a dare la totalità della scena in cui il protagonista si muove, il particolare con cui la persona compie il suo atto e diviene personaggio e il dettaglio con cui la scena si dipana nella sua parabola comunicativa.  

 Nella Vita Nova, poco dopo la morte di Beatrice, in trentuno liriche che Dante scrive poco più che ventenne, dona immagine e immaginazione all’amore per la giovane donna. Ciò che rievoca è un amore che descrive il fuoco antico della passione. Lo sguardo del poeta scorre e descrive le forme, i gesti, il passo e gli sguardi. E la bellezza diviene effusione che unisce trascendente e immanente. Si riscopre il senso autentico dell’etimo di parole che resteranno eterne: desiderio, contemplazione. In particolar modo i mitici incontri del poeta con la figura gentilissima, bella e magnifica di Beatrice, la donna angelo, colei che porta nel nome il suo destino di donatrice di beatitudine.

Nel poema, al racconto dei fatti s’intreccia quello delle visioni e dei sogni, il tempo reale diventa tempo della memoria e scandisce le fasi dell’evoluzione spirituale del poeta, perché proprio l’amore e la passionalità umana potessero espandersi toccati dal respiro della divinità. Preannunciando ciò che avrebbe scritto nei canti del Paradiso, Dante trova nell’amore per Beatrice l’amore di Dio per l’uomo, mettendo in rilievo un aspetto della dignità dell’amore di cui si era parlato sempre in ambito teologico – religioso e mai poetico.

Luci, chiarori, barlumi, ombre, penombre, oscurità, riverberi: Dante propone lo stesso glossario di un pittore, di uno scultore o meglio di chi, per raccontare, vuol far anche immaginare. Il corpo pulsa di passioni perché Dio creatore pulsa d’amore per le sue creature, questo descrive nel dare definizione all’infinito nel XXXIII canto del Paradiso.  

 La Divina Commedia ha dato più evidente ispirazione che non gli altri scritti del sommo Poeta. Notevoli, per quantità e qualità dell’espressività denotata fin dall’impianto delle opere dedicate ai canti, sono quelle prodotte da William Blake incisore, pittore e poeta vissuto tra il XVIII e XIX secolo. Nelle sue pitture, molte dipinte ad acquarello, l’emanazione degli scritti assume un valore catartico, palese ed immediato. L’osservatore, infatti, si trova a percorrere lo stesso tragitto descritto dal Poeta, costellato da forme e da tonalità tese a far cogliere al contempo sia la

solennità che il pathos espressi in ogni scena raffigurata. Ma c’è un altro aspetto molto interessante da conoscere nella vita di William Blake: egli sosteneva di avere delle visioni, da quando era fanciullo e nel raccontare queste esperienza era molto dettagliato. Ebbe la prima visione tra gli otto e i dieci anni durante la sua permanenza a Londra; raccontava di aver visto degli angeli che cospargevano i rami di un albero di lustrini simili a stelle. Alexander Gilchrist, critico letterario e artistico nonchè biografo di Blake, nel libro “Vita di William Blake, Pictor Ignotus”, in cui presenta una selezione delle sue poesie e altri scritti, scrive che quando il giovanissimo William tornò a casa, correndo, per raccontare la sua visione scampò alle botte del padre solo per l’accorato intervento della madre. Probabilmente fu anche per questa peculiarità di vedere l’invisibile che si avvicinò all’opera del Poeta. Le fonti tuttavia fanno dedurre che i genitori lo 

sostenessero molto; la madre appendeva nella sua camera le poesie e i suoi primi disegni. Gilchrist scrive che in un’altra occasione Blake s’incantò a guardare dei falciatori e vide figure angeliche che volteggiavano tra di loro. Ma in vecchiaia sua moglie Catherine raccontò che gli fosse apparso il volto di Dio “proprio fuori dalla finestra“: la visione, ricordò Catherine a William, “Ti fece gridare all’improvviso“. E, in effetti, l’Artista asserì di aver avuto visioni per tutta la vita. Talvolta erano percezioni mistiche e religiose che divennero ispirazione per le immagini sacre che occupano un posto centrale tra le sue opere. Dio e la teologia cristiana hanno rappresentato il fulcro dei suoi scritti e la fonte del suo estro creativo. Le immagini erano veicolo affinché la scrittura potesse avere l’enfasi e la figurazione che rendeva il pensiero letterario più realistico. Nel 1818 iniziò a illustrare la Divina Commedia ed è importante osservare come Michelangelo Buonarroti negli affreschi della Cappella Sistina e nel Giudizio Universale fosse per lui il tema da cui far centro per ricreare il suo percorso iconologico. Utilizzava matita, acquerello e inchiostro con una mirabile maestria; armonizzava i segni e le  masse cromatiche facendo sì che la qualità del mezzo rimanesse distinta. Semplice e sintetico l’impianto grafico – strutturale delle sue opere, ma imponente e monumentale la composizione cromatica, quasi che il colore divenisse col segno effluvio, nuvola, consapevolezza della presenza della trascendenza nell’immanente. In ogni opera si percepisce una solennità mista alla dinamicità, come se l’artista non fosse altro che colui che permette al mistero e all’invisibile di divenire verità certa e svelata. William Blake asseriva che gli arcangeli gli avessero dato istruzioni ed incoraggiamento per creare le sue opere, ma non solo, diceva che fossero gli stessi Arcangeli a leggere e  ad ammirare le sue opere. 

 Ottanta anni dopo Paul Gustave Louis Christophe Dorè riuscì a fondere la spinta medievale della narrazione dantesca con quella romantica della seconda metà del XIX secolo. Nella storicità dell’arte la riscoperta di Dante e della Divina Commedia è attribuita agli allievi di Jean Louis David che si confrontavano con gli artisti inglesi vicini alla scuola di Joshua Reynolds, Johann Heinrich Füssli, ma tra questi è un esempio Fortunè Dufau che dipinse nel 1835 La morte d’Ugolino, olio su tela conservato al museo di Valencia. Fondamentale fu quella parte del Romanticismo affascinata   dal Medioevo come lo stile Trombadour, del trovatore, che idealizzava anche i personaggi e le storie rinascimentali.  A questo proposito è esemplare il dipinto del 1812 in cui Marie Philippe Coupin de la Couperie dipinge Paolo Malatesta e Francesca da Rimini nell’attimo in cui il fratello di lui Gianciotto li scopre amanti. Dieci anni più tardi Eugène Delacroix, con la Barca di Dante riuscirà a imprimere il senso autentico del pittoresco sublime. Gli artisti del XVIII secolo e del primo decennio del XIX secolo sono pervasi dal pensiero illuminista ecco perché sentono, come William Blake il bisogno di trasformare secondo la propria percezione  l’universo scritto da Dante. Ma il romantico e il classico fusi nella scuola di Jacques-Louis David e di Ingres liberano le coscienze e all’idealismo epico si aggiunge la connotazione del realistico e dello storico. L’analisi della poetica raffaellesca delle stanze vaticane e il concetto della divinità effusa tra la gente comune emanato dalle opere Caravaggio hanno fatto dedurre agli autori  della seconda metà del XIX secolo una fisionomia iconografica più legata al soggetto dipinto che non a tutta la narrazione.

È così che va analizzato, ad esempio, lo studio particolareggiato dei personaggi e degli eventi che caratterizzano la vita di Dante Alighieri compiuto da Dante Gabriel Rossetti. Egli fu suggestionato fin dall’adolescenza dalle letture dantesche tanto che scelse di cambiare il suo nome di battesimo, Gabriel Charles Dante Rossetti, con Dante Gabriel Rossetti, manifestando con questa scelta il desiderio di dare di un segno distintivo alla sua ricerca letteraria nonché un forte senso di identificazione nella figura del sommo poeta.

 Gli scritti e la vita di Dante ispirarono in maniera diffusa e trasversale movimenti e correnti artistiche. Tra la fine del 1700 e la prima metà del 1900 sono circa duecento le opere d’arte che sono frutto di una rielaborazione delle opere o della vita di Dante o ispirate alla simbologia dantesca; una moltitudine invece le ricerche e gli studi di critica letteraria. 

Dante fu scelto come elemento fondante del progetto di costituire la prima biblioteca illustrata, d’altra parte il poeta fiorentino fu riconosciuto inequivocabilmente come punto di unione tra classico e romantico, tra una ricerca volta a riprendere i canoni classici e il gusto della testimonianza per i fatti e per la civiltà del Medioevo. V’era anche il bisogno di ritornare a un’espressione artistica figurativa e didascalica che fosse voce per quella parte di popolo che sentiva l’eco dei moti reazionari francesi e allo stesso tempo era scossa dai moti  insurrezionali del 1820/21. Era il costituire una nuova biblia pauperum, così come aveva espresso palesemente Jacques Louis David nel dipinto A Marat del 1793. Gli artisti esponenti di scuole e di movimenti per altro completamente diversi, a volte anche opposti senza alcun punto di unione né di complementarietà, furono pervasi dall’ispirazione dettata dal Poeta fiorentino. A questo proposito si pensi al gruppo dell’arte accademica francese con le opere a tema mitologico di William-Adolphe Bouguereau e a quelle ispirate alla vita dell’impero romano di Gustave Rodolphe Clarence Boulanger oppure alla contrapposizione data dai modelli dell’avanguardia segnata dai precursori dell’Impressionismo come Édouard Manet, celebre la sua Barca di Dante dopo Delacroix del 1859, e Edgar Degas conDante e Virgilio all’ingresso dell’inferno del 1858.  S’ispirò agli scritti danteschi Jean Baptiste Camille Corot, celebre per la sua produzione paesaggistica che tuttavia ritrasse Dante e Virgilio con le tre fiere e il maestro  del nudo femminile Alexandre Cabanel che dipinse Morte di Paolo e Francesca descritti, cosa inusuale per l’autore, vestiti di tutto punto e con abiti d’epoca. Dalla Divina Commedia fu influenzato il neoclassico Antonio Canova, si guardi l’espressività infusa al volto di Teseo scolpito in due opere nel “Teseo sul Minotauro” (1781-1783) commissionata da Zulian, ambasciatore della Repubblica Veneziana a Roma e nel “Teseo configge il centauro” (1805-1819) commissionata da Napoleone Bonaparte. Pone una riflessione, ovviamente, il precursore della scultura moderna Auguste Rodin con la sua celebre Porta dell’inferno.

 Ma per molti la Divina Commedia è sinonimo dei testi arricchiti dalle chiaroscurali xilografie di Paul Gustave Louis Christophe Doré, il quale si occupò del progetto fin dalla produzione finanziando egli stesso la prima edizione. La sua idea per l’epoca, siamo nel 1861, era una vera rivoluzione iconologica e mediatica che superava il mero scopo editoriale. Inventò letteralmente il testo illustrato stabilendo una nuova relazione tra facciata con immagine e pagina con scrittura. L’illustrazione infatti occupò l’intera pagina, i suoi predecessori avevano preferito, invece, inserire le immagini a mo’ di vignette nel corpo del testo. Dorè chiamò a collaborare due talentuosi incisori come Héliodore Pisan e Adolphe Pannemaker. Diresse l’intero processo produttivo dall’incisione delle tavole di bosso, lavorate per testa, fino alla precisa correlazione tra le matrici xilografate e le lastre stampate tramite la tecnica, modernissima per l’epoca, dell’elettrotipo. La tecnica dell’elettrotipo fu ideata e strutturata da Moritz Hermann von Jacobi  nel 1831. Jacobi, nativo di Postdam, ora città della Germania a sud ovest di Berlino, ma all’epoca parte del Regno di Prussia, nel 1838 inventò la galvanoplastica, un metodo per produrre lastre stampate tramite l’elettrolisi;  elettrotipo è il termine specifico usato nei processi di stampa. 

Jacobi era un vero visionario al pari di Dante, Blake, Corot, Bouguereau, Dorè ed altri artisti dell’epoca, con le sue invenzioni sancì un cambiamento epocale nella seconda rivoluzione industriale europea. Con le lastre metalliche ottenute da quelle in bosso tramite il metodo di Jacobi, Dorè poté ottenere una successione di stampe che mantenessero inalterati i virtuosismi di volume e luce, le sfumature di grigi e le variazioni di toni delle incisioni da matrice xilografata. Rimase così invariata la suggestione delle sue illustrazioni e la storia scritta da Dante poté esser vista oltre che letta.  

Ma la rivoluzione di Dorè non fu soltanto tecno-grafica, infatti cambiò le dimensioni dell’illustrazione, il foglio misurava cm 18 X 33 e il libro concluso e messo in commercio era in formato lusso, il suo costo di 100 franchi, contro i 10 che si spendevano all’epoca per un libro illustrato, stravolse letteralmente il mercato dell’editoria dell’epoca. Individuò una strategia imprenditoriale precisa che scelse il prodotto e ne individuò il target nella ricca borghesia della seconda metà del XIX secolo, ambiziosa di rendere rappresentative le lussuose e neoclassiche librerie domestiche. Scelse anche la strategia pubblicitaria: espose nel salon ufficiale quadri e disegni nel 1861 poco prima che fosse inserita sul mercato l’edizione di lusso della Divina Commedia da lui illustrata.

Dorè, oggi diremmo, fu un ottimo manager: chiamò a collaborare ottimi artisti, applicò una innovazione scientifica che permetteva di stampare in serie senza perdere la freschezza della prima copia, scelse un ottimo restyling, elaborò una bellissima rilegatura, organizzò una corta, intelligente ed efficace campagna pubblicitaria. 

Il successo della Divina Commedia illustrata in quella maniera innovativa fu clamoroso, i critici scrissero che il volume era sintesi mirabile tra il talento figurativo dell’artista e l’intensità letteraria del Poeta fiorentino. In poco tempo il volume di Dorè cancellò la memoria delle opere di Sandro Botticelli che in quel periodo erano ancora riprodotte e continuavano a suggestionare le ispirazioni degli artisti. 

 

  Fu Lorenzo di Pierfrancesco de Medici detto il Popolano, (Lorenzo di Pierfrancesco, cugino di Lorenzo aveva una copiosa e preziosa collezione di libri rari e pregevoli dipinti tra i quali si distinguevano le opere: il Giardino di Atlante,meglio conosciuta come la Primavera del 1477/78 e la Pallade e il Centauro del 1482/1483), che commissionò tra il 1480 e il 1495 a Sandro Botticelli di realizzarne le illustrazioni; una per ogni Canto, oltre la celebre sezione dell’Inferno. A Firenze è conservato un testo, anonimo, datato 1540 in cui si legge che Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici aveva commissionato a un noto copista, Niccolò Mangona, di redigere un manoscritto della Divina Commedia. I disegni superstiti di Botticelli che illustrano il poema dantesco sono 92. L’unico completo è quello che raffigura i Canti dell’Inferno. La serie dantesca di Botticelli fu scissa in due parti: 85 pergamene sono nella nuova Galleria delle incisioni di Berlino, le altre sette opere realizzate su pergamena, comprate nel 1669 da Papa Alessandro VIII, sono custodite nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Botticelli disegnò su fogli di pergamena di ovini, le misure sono circa 32,5 cm di altezza e 47,5 cm di larghezza, il Grande Satana misura invece centimetri 46,8 di larghezza e 63,5 cm di altezza. Le opere furono disegnate sulla facciata liscia interna della pelle, il testo fu collocato invece sul lato esterno, meno liscio e poroso denominato il fiore. L’illustrazione per il XVIII Canto dell’Inferno, corrispondente all’ottavo cerchio, fu dipinta con colori stemperati ad acqua. Il maestro utilizzò uno stilo d’argento e uno di piombo per definire le linee che dovevano avere più corpo e ombra, per sottolineare i contorni invece utilizzò un pennino che immerse nell’inchiostro ocra, oro e nero. Studi recenti fanno dedurre che furono poche le illustrazioni della Divina Commedia che il Maestro completò nel disegno e nelle cromie. L’unica opera che portò a compimento fu La spaccata dell’Inferno, chiamata anche Voragine Infernale, in cui Sandro Botticelli raffigurò un grande imbuto la cui struttura interna era, talvolta, sostenuta da elementi architettonici, i dannati realizzati come figure minute schiantate dal peso del peccato e dallo spazio che le ospitava per l’eternità.

 La voragine infernale è una narrazione composta da più racconti così come altri pittori del XV secolo avevano realizzato; si pensi alla narrazione del viaggio dei Magi dipinto su tavola da Gentile da Fabriano nel 1423 conservata agli Uffizi. Il continuum narrativo permetteva una azione di forte comunicazione didattica, morale, filosofica, catartica.

 La divina commedia di Paul Gustave Louis Christophe Dorè ebbe un forte impatto la sua prima edizione che fu persino imitata da opere di scarsa qualità; tuttavia si creò una vera frattura tra i progressisti e l’establishment dell’Accademia Parigina. I primi lo accusavano di essere quello che dava lustro immeritato all’ignorante borghesia, in ascesa nella seconda metà del XIX secolo, attraverso libri rilegati con un lusso eccessivo. I secondi rimproveravano a Doré di aver cercato successo solo per accrescere la sua ricchezza personale per accedere a un ceto che non gli apparteneva. Ma in effetti il grande incisore  si trovò nel mezzo di una tensione  sociale, di un conflitto tra le classi aristocratiche e i ceti alto borghesi della prima metà dell’Ottocento e le classi sociali in ascesa che orientano le produzioni culturali a partire dal 1850. Un conflitto che era iniziato quando Carlo X di Borbone  nominò primo ministro il controverso Jules de Polignac  che instaurò una governo  clerical-reazionario. Con i decreti fortemente autoritari venne ristabilita la censura, si sciolse la Camera e venne varata una nuova legge elettorale favorevole all’aristocrazia terriera. 

 Furono questi decreti a scatenare la rivolta parigina dal 27 al 29 luglio 1830, conosciuta come “le Tre Gloriose Giornate”. 

I francesi si ribellarono contro l’autorità regia e alzarono le barricate nelle strade di Parigi: con il trionfare dell’insurrezione, Carlo X abdicò e fuggì in maniera rocambolesca in Inghilterra, al suo posto salì al trono Luigi Filippo: era il 9 agosto 1830 e il suo regno continuò fino al 24 febbraio 1848. Fu questa atmosfera che ispirò a Delacroix il dipinto “La libertà che guida il popolo”. Fu in questa situazione politico-sociale, perdurante anche con l’ascesa al trono di Napoleone III, in cui si trovò immerso dodici anni dopo anche Dorè. I suoi dipinti furono fortemente denigrati sostanzialmente per due motivazioni: la prima erano i soggetti ritenuti inappropriati per la pittura di grandi dimensioni e uno stile ch’era evidentemente condizionato dalle sue xilografie. In effetti il dipinto Paolo e Francesca, olio su tela, era la derivazione non speculare della matrice in legno; la seconda motivazione era imputabile all’Accademia, fortemente reazionaria e conservatrice, che condannava il modo con cui l’artista mescolava la cultura elitaria a quella popolare, fondendo il patrimonio pittorico di tradizione con l’incisione e l’artigianato. Ma ciò ch’era considerato un affronto al mondo accademico era soprattutto l’ascesa di un artista sostanzialmente autodidatta, di bottega, che metteva in discussione i consolidati processi formativi imposti dall’Académie Française. Una situazione di critica estremamente avversa e contraria alla commistione tra arte e artigianato si trovò a combattere, trent’anni dopo, in Austria un altro grande, Gustav Klimt e suo fratello Georg, orafo, incisore cui si deve gran parte delle cornici e dei fondi oro delle opere di Gustav. 

Eppure a Paul Gustave Louis Christophe Dorè si ispirarono molti artisti della seconda metà dell’800 e della prima metà del XX secolo; formidabile è il dipinto del 1914 in cui vengono raffigurati Dante e Virgilio davanti all’Inferno di Diogène Maillart. In quel periodo, d’altra parte, erano criticate tutte le forme d’intrattenimento moderne e popolari (panorama, peep show, diorama e il circo). Ma in Inghilterra Doré trovò un’accoglienza così favorevole da impiantare a Londra la Doré Gallery, che fece registrare in 23 anni due milioni e mezzo di visitatori. Dorè in terra inglese trovò un’atmosfera in cui Dante Alighieri era un’icona condivisa da tutti, senza distinzioni di ceto. Nel 1814 Henry Cary aveva tradotto e pubblicato gli scritti di Dante col titolo “The Vision, or the Hell, Purgatory and Paradise of Dante Alighieri” (La Visione dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso di Dante Alighieri), il successo fu talmente evidente che gli editori Cassell, Petter e Galpin decisero di produrre e pubblicare un’edizione illustrata da Doré. In Gran Bretagna l’estetica delle incisioni di Dorè creò un dibattito tra la filosofia di John Ruskin sugli ambiti estetico e sociale e il concetto di spiritualità e pensiero mistico che i Pre-Raffaeliti collegavano agli artisti e agli autori medievali e rinascimentali.

 Dante Alighieri ha fatto in modo che la poesia fosse patrimonio di tutti indistintamente; ha scritto con un linguaggio talvolta strano e misterioso, più facile da interpretare dai vecchi analfabeti, dai saltimbanchi che da dotti accademici. Ogni sua parola è evocazione di immagini, visioni e immaginazioni. 

Ha dato figura al bene e al male donando mezzi reali per esorcizzare ogni malignità. Dante ha permesso di riconoscere la fisicità della persona e del personaggio dando valore al dettaglio, al particolare e al simbolo, porgendo i mezzi al lettore per svelare ogni mistero. 

Di ogni persona e d’ogni personaggio ha disegnato e colorato il corpo come contenitore sia dell’anima sia di ogni sua passione. 

Nella Divina Commedia ha descritto lacrime di tristezza e d’offese subite, ma ha anche composto scene che fanno ridere e sorridere. 

Ha permesso l’ascolto di melodie e nenie ineffabili senza che fosse necessario un cantore o strumentali. 

Ci ha insegnato con i fatti che il Creatore ha bisogno delle creature e che Dio conta le lacrime degli oppressi e di chi soffre, soprattutto quelle del pianto delle donne. 

Ha descritto il respiro di Dio nello Spirito che lo unisce al Figlio e che la Trinità risente del male che l’uomo compie, ma che non c’è disperazione né ferita che non possa essere consolata o guarita.

Dante ci ha dato la certezza che ognuno di noi è nato per completare il disegno e l’affresco iniziato da Dio e che la poesia è un canto, un racconto da far ascoltare a tutti; ha scritto che le donne sono la bellezza più alta della creazione e che Dio aspettò il sì di una Donna perché lui stesso potesse divenire per mezzo di essa un uomo. 

Con i suoi scritti ha posto la vita d’ogni persona come dono prezioso perché l’umanità brillasse come un diamante. 

Ogni persona dopo aver letto Dante non può più guardare le creature con superficialità ma piuttosto come uno scrigno che contiene l’essenza unica e irripetibile della presenza misericordiosa di Dio. 

Ha scritto che una donna è custode vivente della misericordia e dell’amore di Gesù per l’umanità. 

Ha posto l’arte come varco per comprendere il pensiero delle persone e il senso della vita e che la vita è molto di più di ciò che l’intelletto e la scienza umana possano far comprendere. 

Dante ha scritto che nessuna creatura in ogni tempo, e quindi anche ora, è mai troppo diversa da non essere sia compresa che capita. 

Nei suoi versi risuona in maniera chiara che anche tu, che ora stai leggendo, sei fatto essenzialmente di unicità e irripetibilità e farai la differenza nonostante tutto e tutti, nonostante a te ora sembri che sia tutto il contrario di ciò che leggi.

Ha raccontato che si può confidare agli altri di se stessi perché si possa capire il vissuto di tutti; ha descritto ciò che rende davvero felici e cosa genera l’innamoramento, l’amore, la rabbia e l’odio. 

Ha scritto, come fosse un moderno ricercatore, che in ogni nostra cellula perdura la forza e il desiderio di resistere all’oblio. 

Ha esaltato le sacre scritture mescolando in maniera mirabile tutto ciò che nelle antiche teologie di Dio è stato narrato. 

Ha fatto scorgere nuovi impensabili orizzonti e che ognuno possa avere la possibilità di vivere in una maniera più bella di quanto si possa umanamente immaginare. 

Con i suoi scritti ci ha trasmesso una mappa per comprendere le cose del mondo. 

Ci ha detto che ogni persona è il solo eroe nella storia della propria vita e che la vita in questo mondo non è la fine di tutto ma solo il preambolo per un nuovo, mirabile inizio. 

Dante ci ha indicato che in poesia si usa la stessa metrica e la stessa passione che usano gli angeli per parlare tra loro e per ispirare le creature. 

Ci ha detto che nell’infinitamente piccolo e nella persona che vive nel buio e nell’assoluta solitudine si riflette la magnifica luce dell’infinitamente grande.

Ci ha spiegato, come pochi hanno saputo farlo, che la vita è eterna e che siamo destinate a uan gioia senza fine.

Ci ha descritto che nella trinità si fondono tutti i tempi e ogni vita nel Figlio si riflette perché ogni esistenza, in quella parte della trinità, possa esser riflessa e che dunque la vita non è altro che un viaggio di ritorno da dove un giorno tutti partimmo.  

Ci ha scritto che nelle stelle è stilato il cantico di ognuno e che in questo unico viaggio nessuno è mai lasciato da solo perché qualcuno ci ama in maniera assoluta e la bellezza come l’arte è proprietà di ognuno e dono per ogni singola creatura. 

                                                           Alberto D’Atanasio 

                                                                           Docente M.I.U.R. di Storia dell’Arte, 

                                                                    già incaricato per l’Estetica dei Linguaggi Visivi,

                                                                    Teoria della percezione e Psicologia della Forma

Few authors in the history of literature have been a source of inspiration for artists like Dante Alighieri. With his best known works of him: the Vita Nova and the Comedy he developed a real visual aesthetic language.

His language has an extremely incisive descriptive power, in his works he manages to give the totality of the scene in which the protagonist moves, the detail with which the person performs his act and becomes a character and the detail with which the scene is unravels in its communicative parable.

In the Vita Nova, shortly after Beatrice’s death, in thirty-one lyrics that Dante wrote in his early twenties, he gives image and imagination to his love for the young woman. What he recalls is a love that describes the ancient fire of passion. The poet’s gaze flows and describes the forms, the gestures, the step and the looks. And beauty becomes an effusion that unites transcendent and immanent. The authentic meaning of the etymology of words that will remain eternal is rediscovered: desire, contemplation. In particular, the poet’s mythical encounters with the very kind, beautiful and magnificent figure of Beatrice, the angel woman, the one who bears her destiny as a giver of bliss in her name.

In the poem, the story of the facts is intertwined with that of visions and dreams, real time becomes the time of memory and marks the stages of the poet’s spiritual evolution, so that love and human passion could expand touched by the breath of divinity. By announcing what he would have written in the songs of Paradise, Dante finds in love for Beatrice the love of God for man, highlighting an aspect of the dignity of love which had always been talked about in the theological – religious and never poetic.

Lights, lights, glimmers, shadows, half-shadows, darkness, reverberations: Dante offers the same glossary as a painter, a sculptor, or better still, someone who, in order to tell, also wants to make people imagine. The body pulsates with passions because God the Creator pulsates with love for his creatures, this he describes in defining infinity in the XXXIII canto of Paradise.

The Divine Comedy gave more evident inspiration than the other writings of the great poet. Remarkable, for the quantity and quality of the expressiveness denoted since the installation of the works dedicated to songs, are those produced by William Blake, engraver, painter and poet who lived between the eighteenth and nineteenth centuries. In his paintings, many painted in watercolor, the emanation of the writings takes on a cathartic, clear and immediate value. The observer, in fact, finds himself following the same path described by the Poet, studded with shapes and shades aimed at capturing both the solemnity and the pathos expressed in each scene depicted at the same time. But there is another very interesting aspect to know in the life of William Blake: he claimed to have had visions since he was a child and in recounting these experiences he was very detailed. He had his first vision between the ages of eight and ten during his stay in London; he reported seeing angels sprinkling the branches of a tree with star-like sequins. Alexander Gilchrist, literary and artistic critic as well as Blake’s biographer, in the book “Life of William Blake, Pictor Ignotus”, in which he presents a selection of his poems and other writings, writes that when the very young William came home, running, to tell his vision escaped the blows of his father only by the heartfelt intervention of his mother. It was probably also for this peculiarity of seeing the invisible that he approached the poet’s work. The sources, however, suggest that his parents supported him a lot; her mother hung her poems and early drawings in her room. Gilchrist writes that on another occasion Blake was enchanted by looking at the reapers and saw angelic figures circling among them. But in old age his wife Catherine told that the face of God had appeared to him “right outside the window”: the vision of her, she reminded William of Catherine, “she made you cry out suddenly”. And, in fact, the artist claimed to have had visions all his life. Sometimes it was mystical and religious perceptions that became inspiration for the sacred images that occupy a central place among his works. God and Christian theology represented the fulcrum of his writings and the source of his creative flair. The images were a vehicle for writing to have the emphasis and figuration that made literary thought more realistic. In 1818 he began to illustrate the Divine Comedy and it is important to observe how Michelangelo Buonarroti in the frescoes of the Sistine Chapel and in the Last Judgment was for him the theme from which to focus to recreate his iconological path. He used pencil, watercolor and ink with admirable craftsmanship; he harmonized the signs and the chromatic masses so that the quality of the medium remained distinct. The graphic-structural layout of his works is simple and synthetic, but the chromatic composition is imposing and monumental, as if the color became with the sign of effluvium, cloud, awareness of the presence of transcendence in the immanent.

In each work, a solemnity mixed with dynamism is perceived, as if the artist were none other than the one who allows the mystery and the invisible to become certain and revealed truth. William Blake claimed that the archangels had given him instructions and encouragement to create his works of him, but not only that, he said that it was the Archangels themselves who read and admired his works.

Eighty years later Paul Gustave Louis Christophe Dorè managed to merge the medieval thrust of Dante’s narrative with the romantic one of the second half of the nineteenth century. In the historicity of art, the rediscovery of Dante and the Divine Comedy is attributed to the pupils of Jean Louis David who confronted the English artists close to the school of Joshua Reynolds, Johann Heinrich Füssli, but among these is an example Fortunè Dufau who painted in 1835 The death of Ugolino, oil on canvas preserved in the Valencia museum. Fundamental was that part of Romanticism fascinated by the Middle Ages such as the Trombadour style, of the troubadour, which also idealized Renaissance characters and stories. In this regard, the 1812 painting in which Marie Philippe Coupin de la Couperie paints Paolo Malatesta and Francesca da Rimini in the moment in which his brother Gianciotto discovers them lovers is exemplary. Ten years later, Eugène Delacroix, with Dante’s Boat, was able to impress the authentic sense of the sublime picturesque. The artists of the eighteenth century and the first decade of the nineteenth century are pervaded by Enlightenment thought, which is why they feel, like William Blake, the need to transform the universe written by Dante according to their own perception. But the romantic and the classic fused in the school of Jacques-Louis David and Ingres free the conscience and the connotation of the realistic and the historical is added to epic idealism. The analysis of the Raphaelesque poetics of the Vatican rooms and the concept of divinity poured out among ordinary people emanating from Caravaggio’s works led the authors of the second half of the nineteenth century to deduce an iconographic physiognomy more linked to the painted subject than to the whole narrative.

This is how, for example, Dante Gabriel Rossetti’s detailed study of the characters and events that characterize the life of Dante Alighieri should be analyzed. He was influenced since adolescence by Dante’s readings so much so that he chose to change his first name, Gabriel Charles Dante Rossetti, with Dante Gabriel Rossetti, manifesting with this choice the desire to give a distinctive sign to his literary research as well as a strong sense of identification in the figure of the great poet.

Dante’s writings and life inspired in a widespread and transversal way movements and artistic currents. Between the end of the 1700s and the first half of the 1900s, there are about two hundred works of art that are the result of a reworking of Dante’s works or life or inspired by Dante’s symbolism; a multitude instead the researches and studies of literary criticism.

Dante was chosen as the founding element of the project to establish the first illustrated library, on the other hand the Florentine poet was unequivocally recognized as a point of union between classic and romantic, between a research aimed at resuming the classical canons and the taste of testimony for the facts and for the civilization of the Middle Ages. There was also the need to return to a figurative and didactic artistic expression that was a voice for that part of the people who heard the echo of the French reactionary uprisings and at the same time was shaken by the insurrectional uprisings of 1820/21. It was the creation of a new biblia pauperum, as Jacques Louis David had clearly expressed in his painting A Marat of 1793. The artists who were exponents of completely different schools and movements, sometimes even opposed without any point of union or complementarity, were pervaded by the inspiration dictated by the Florentine poet. In this regard, think of the group of French academic art with the mythological works of William-Adolphe Bouguereau and those inspired by the life of the Roman Empire by Gustave Rodolphe Clarence Boulanger or the contrast given by the models of the avant-garde marked by the precursors of ‘Impressionism such as Édouard Manet, famous for his Boat of Dante after Delacroix of 1859, and Edgar Degas with Dante and Virgil at the entrance to hell in 1858. Jean Baptiste Camille Corot, famous for his landscape production, was inspired by Dante’s writings who nevertheless portrayed Dante and Virgil with the three beasts and the master of the female nude Alexandre Cabanel who painted Morte di Paolo and Francesca described, unusual for the author, fully dressed and with period clothing. The neoclassical Antonio Canova was influenced by the Divine Comedy, look at the expressiveness infused on the face of Theseus sculpted in two works in the “Theseus on the Minotaur” (1781-1783) commissioned by Zulian, ambassador of the Venetian Republic in Rome and in the “Teseo configge the centaur ”(1805-1819) commissioned by Napoleon Bonaparte. Obviously, the forerunner of modern sculpture Auguste Rodin with his famous Hell’s Gate is a reflection.

But for many the Divine Comedy is synonymous with the texts enriched by the chiaroscuro woodcuts of Paul Gustave Louis Christophe Doré, who took care of the project right from the production, financing the first edition himself. His idea for the time, we are in 1861, was a true iconological and media revolution that went beyond the mere editorial purpose. He literally invented the illustrated text by establishing a new relationship between facade with image and page with writing. In fact, the illustration occupied the entire page, his predecessors had preferred, instead, to insert the images by way of vignettes in the body of the text. Dorè called on two talented engravers such as Héliodore Pisan and Adolphe Pannemaker to collaborate. He directed the entire production process from the engraving of the boxwood boards, worked by head, to the precise correlation between the woodblocked matrices and the plates printed using the very modern technique of the time, of the electro-type. The electrotype technique was conceived and structured by Moritz Hermann von Jacobi in 1831. Jacobi, a native of Potsdam, now a city in Germany southwest of Berlin, but at the time part of the Kingdom of Prussia, in 1838 invented electroplating, a method of producing printed plates by electrolysis; electrotype is the specific term used in printing processes.

Jacobi was a true visionary like Dante, Blake, Corot, Bouguereau, Dorè and other artists of the time, with his inventions he sanctioned an epochal change in the second European industrial revolution. With the metal plates obtained from those in boxwood through the Jacobi method, Dorè was able to obtain a succession of prints that kept the virtuosity of volume and light, the shades of gray and the variations of tones of the woodblock engravings unaltered. Thus the suggestion of his illustrations remained unchanged and the story written by Dante could be seen as well as read.

But Dorè’s revolution was not only techno-graphic, in fact it changed the dimensions of the illustration, the sheet measured 18 X 33 cm and the book concluded and put on the market was in luxury format, its cost of 100 francs, against 10 that were spent at the time for an illustrated book, literally upset the publishing market of the time. He identified a precise entrepreneurial strategy that chose the product and identified its target in the rich bourgeoisie of the second half of the nineteenth century, ambitious to make the luxurious and neoclassical domestic bookshops representative. He also chose the advertising strategy: he exhibited paintings and drawings in the official salon in 1861 shortly before the luxury edition of the Divine Comedy he illustrated was placed on the market.

Dorè, today we would say, was an excellent manager: he called excellent artists to collaborate, he applied a scientific innovation that made it possible to print in series without losing the freshness of the first copy, he chose an excellent restyling, developed a beautiful binding, organized a short, intelligent and effective advertising campaign.

The success of the Divine Comedy illustrated in that innovative way was sensational, the critics wrote that the volume was an admirable synthesis between the artist’s figurative talent and the literary intensity of the Florentine poet. In a short time the volume of Dorè erased the memory of the works of Sandro Botticelli which in that period were still reproduced and continued to influence the inspirations of the artists.

It was Lorenzo di Pierfrancesco de Medici known as il Popolano, (Lorenzo di Pierfrancesco, cousin of Lorenzo had a copious and precious collection of rare books and valuable paintings among which the works were distinguished: the Garden of Atlas, better known as the Spring of 1477 / 78 and Pallas and the Centaur of 1482/1483), who commissioned Sandro Botticelli to create the illustrations between 1480 and 1495; one for each Canto, as well as the famous section of Hell. In Florence there is an anonymous text dated 1540 which states that Lorenzo di Pierfrancesco de ‘Medici had commissioned a well-known copyist, Niccolò Mangona, to write a manuscript of the Divine Comedy. There are 92 surviving drawings by Botticelli illustrating Dante’s poem. The only complete one is the one depicting the Songs of Hell. Botticelli’s Dante series was split into two parts: 85 parchments are in the new Gallery of engravings in Berlin, the other seven works made on parchment, bought in 1669 by Pope Alexander VIII, are kept in the Vatican Apostolic Library. Botticelli drew on sheep parchment sheets, the measurements are about 32.5 cm high and 47.5 cm wide, the Great Satan instead measures 46.8 cm wide and 63.5 cm high. The works were drawn on the smooth internal facade of the skin, the text was placed instead on the external side, less smooth and porous called the flower. The illustration for the XVIII Canto dell’Inferno, corresponding to the eighth circle, was painted with colors diluted with water. The master used a silver and a lead stylus to define the lines that should have more body and shadow, to emphasize the contours instead he used a nib which he dipped in ocher, gold and black ink. Recent studies suggest that there were few illustrations of the Divine Comedy that the Master completed in design and colors. The only work he brought to completion was The Split of Hell, also called Voragine Infernale, in which Sandro Botticelli depicted a large funnel whose internal structure was sometimes supported by architectural elements, the damned made as minute figures crushed by weight. of sin and the space that housed them for eternity.

The infernal chasm is a narration made up of several tales as other 15th century painters had made; think of the narration of the journey of the Magi painted on wood by Gentile da Fabriano in 1423 preserved in the Uffizi. The narrative continuum allowed an action of strong didactic, moral, philosophical and cathartic communication.

The divine comedy by Paul Gustave Louis Christophe Dorè had a strong impact on its first edition which was even imitated by poor quality works; however, a real rift was created between the progressives and the establishment of the Parisian Academy. The first accused him of being the one who gave undeserved prestige to the ignorant bourgeoisie, on the rise in the second half of the nineteenth century, through books bound with excessive luxury. The latter reproached Doré for having sought success only to increase his personal wealth to access a class that did not belong to him. But in fact the great engraver found himself in the midst of a social tension, of a conflict between the aristocratic classes and the upper bourgeois classes of the first half of the nineteenth century and the rising social classes that orientated cultural productions starting from 1850. A conflict which began when Charles X of Bourbon appointed the controversial Jules de Polignac as prime minister who established a clerical-reactionary government. With the strongly authoritarian decrees, censorship was re-established, the Chamber was dissolved and a new electoral law favorable to the landed aristocracy was passed.

It was these decrees that triggered the Parisian revolt from 27 to 29 July 1830, known as “the Three Glorious Days”.

The French rebelled against the royal authority and raised the barricades in the streets of Paris: with the triumph of the insurrection, Charles X abdicated and fled in a daring way to England, in his place Louis Philip ascended the throne: it was August 9, 1830 and his reign continued until February 24, 1848. It was this atmosphere that inspired Delacroix to paint “Freedom Leading the People”. It was in this political-social situation, which continued even with the accession to the throne of Napoleon III, in which Dorè also found himself immersed twelve years later. His paintings were heavily denigrated essentially for two reasons: the first was the subjects deemed inappropriate for large-scale painting and a style that was obviously conditioned by his woodcuts. In fact, the painting Paolo e Francesca, oil on canvas, was the non-specular derivation of the wooden matrix; the second motivation was attributable to the Academy, strongly reactionary and conservative, which condemned the way in which the artist mixed elitist and popular culture, blending traditional pictorial heritage with engraving and crafts. But what was considered an affront to the academic world was above all the rise of a substantially self-taught artist, from the workshop, who questioned the consolidated training processes imposed by the Académie Française. Thirty years later, another great man, Gustav Klimt and his brother Georg, goldsmith, engraver who owes much of the frames and funds, found himself in a critical situation extremely adverse and contrary to the mixture of art and craftsmanship. gold of Gustav’s works.

Yet many artists of the second half of the 19th century and the first half of the 20th century were inspired by Paul Gustave Louis Christophe Dorè; formidable is the painting from 1914 in which Dante and Virgil are depicted in front of Hell by Diogène Maillart. At that time, on the other hand, all modern and popular forms of entertainment were criticized (panorama, peep show, diorama and the circus). But in England Doré found such a favorable reception that the Doré Gallery was established in London, which attracted two and a half million visitors in 23 years. Dorè in English found an atmosphere in which Dante Alighieri was an icon shared by all, without distinction of class. In 1814 Henry Cary had translated and published Dante’s writings with the title “The Vision, or the Hell, Purgatory and Paradise of Dante Alighieri” (Dante Alighieri’s Vision of Hell, Purgatory and Paradise). evident that the editors Cassell, Petter and Galpin decided to produce and publish an edition illustrated by Doré. In Great Britain, the aesthetics of Dorè’s engravings created a debate between John Ruskin’s philosophy on aesthetic and social spheres and the concept of spirituality and mystical thought that the Pre-Raphaelites linked to medieval and Renaissance artists and authors.

Dante Alighieri made sure that poetry was the patrimony of all without distinction; he wrote in a sometimes strange and mysterious language, easier to interpret by old illiterates, by acrobats than by learned academics. Every word of him is the evocation of images, visions and imaginations.

He gave a figure to good and evil by giving real means to exorcise all malice. Dante made it possible to recognize the physicality of the person and the character by giving value to the detail, the particular and the symbol, giving the reader the means to reveal every mystery.

He designed and colored the body of each person and character as a container for both the soul and all his passions.

In the Divine Comedy he described tears of sadness and offenses suffered, but he also composed scenes that make you laugh and smile.

He allowed the listening of ineffable melodies and lullabies without the need for a singer or instrumental.

He taught us with facts that the Creator needs creatures and that God counts the tears of the oppressed and those who suffer, especially those of the weeping of women.

He described the breath of God in the Spirit that unites him to the Son and that the Trinity is affected by the evil that man does, but that there is neither despair nor wound that cannot be consoled or healed.

Dante gave us the certainty that each of us was born to complete the drawing and the fresco started by God and that poetry is a song, a story to be listened to by all; he wrote that women are the highest beauty of creation and that God waited for a woman’s yes so that he himself could become a man through her.

With his writings he placed the life of each person as a precious gift so that humanity would shine like a diamond.

After reading Dante, each person can no longer look at creatures with superficiality but rather as a casket that contains the unique and unrepeatable essence of the merciful presence of God.

He wrote that a woman is a living guardian of the mercy and love of Jesus for humanity.

He placed art as a gateway to understand people’s thinking and the meaning of life and that life is much more than what human intellect and science can make us understand.

Dante wrote that no creature at all times, and therefore even now, is ever too different not to be both understood and understood.

In his verses of him it resonates clearly that you too, who are now reading, are essentially made up of uniqueness and unrepeatability and you will make a difference despite everything and everyone, despite the fact that it now seems to you that it is all the opposite of what you read.

He said that one can confide in others about oneself so that one can understand everyone’s experience; he described what makes you really happy and what generates falling in love, love, anger and hate.

He wrote, as if he were a modern researcher, that the strength and desire to resist oblivion persists in each of our cells.

He exalted the sacred scriptures by mixing in an admirable way all that was narrated in the ancient theologies of God.

He has made us see new unthinkable horizons and that everyone can have the opportunity to live in a more beautiful way than one can humanly imagine.

With his writings he sent us a map to understand the things of the world.

He told us that each person is the only hero in the story of their life and that life in this world is not the end of everything but only the preamble to a new, wonderful beginning.

Dante has shown us that in poetry the same metric and the same passion are used that angels use to talk to each other and to inspire creatures.

He told us that the magnificent light of the infinitely large is reflected in the infinitely small and in the person who lives in darkness and absolute solitude.

He explained to us, as few have been able to do it, that life is eternal and that we are destined for an endless joy.

He described to us that in the trinity all times merge and every life in the Son is reflected so that every existence, in that part of the trinity, can be reflected and that therefore life is nothing more than a return journey from where one day we all started. .

He wrote to us that everyone’s canticle is drawn up in the stars and that on this one journey no one is ever left alone because someone loves us absolutely and beauty like art is the property of everyone and a gift for each individual creature.

Alberto D’Atanasio

M.I.U.R. of History of Art,

already in charge of the Aesthetics of Visual Languages,

Theory of perception and Psychology of Form